Non giudicare mai gli altri in base a come si comportano

Io ti consiglio di non giudicare mai.
Soprattutto se si tratta di un biliardo…

Alcuni giorni fa assistendo proprio ad una partita di biliardo ho riflettuto su quanto sia superficiale e sbagliato giudicare gli altri sulla base del loro comportamento.

Durante la gara un cronista ad un certo punto ha affermato: “questo biliardo è difettoso” sostenendo che non “rispondesse” nel modo corretto ai tiri dei giocatori, creando traiettorie delle biglie inaspettate.

L’altro cronista (fortunatamente) ha aggiunto: “ogni biliardo è unico e fatto a mano, quello non è un difetto ma una caratteristica”.  

Subito ho pensato a quanto fosse vera quell’affermazione, ma non solo applicata ad un tavolo da biliardo.😉

Se un biliardo risponde in modo anomalo alle sollecitazioni dei giocatori significa che ha i suoi  “buoni motivi”.

Ma quali sono questi buoni motivi?

Ogni biliardo è costruito in modo artigianale e di conseguenza unico nel suo comportamento.

Anche le persone sono “fatte a mano” e quindi uniche nel modo di pensare, comunicare, nell’interagire con l’esterno.

Due persone di fronte alla stessa situazione si possono comportare in modo del tutto personale e differente!

Ogni biliardo è fortemente condizionato dall’umidità creata dal pubblico, dalle persone che respirano e dal loro calore. Questo è un fattore in grado di incidere sull’elasticità delle sponde, sulla scorrevolezza del fondo, su come il biliardo reagisce.

Anche le persone sono condizionate da una costante ed invisibile umidità intesa come il giudizio degli altri, fattori culturali, dall’educazione ricevuta, dall’ambiente familiare. 

Ultimo, ma non meno importante, sul tavolo possono esserci delle impurità, praticamente invisibili e possono modificare l’esito di un tiro.

Anche le persone possono incontrare sul suo cammino “impurità” sotto forma di imprevisti, difficoltà che non riescono a superare, vicende passate irrisolte e incancrenite che incidono sul modo di interagire con gli altri.

Il punto è questo:  nessuna persona è “difettosa” ma ha delle caratteristiche e se si comporta (almeno ai nostri occhi) in modo anomalo, ha sicuramente i suoi “buoni motivi”.

 

Non giudicare mai: cerca invece di capire!

Non giudicare mai

Ci aspettiamo dalle persone un comportamento prevedibile, un atteggiamento “standard”, ci aspettiamo che facciano più o meno quello che faremmo noi nella stessa situazione.

Il problema non è tanto il comportamento degli altri, ma come noi lo percepiamo. Se non riesco a capirlo per me diventa anomalo, senza un “buon motivo”, e tendo giudicarlo, a dargli una connotazione negativa.

Ma nessuno nasce difettoso, è più corretto dire che ognuno di noi  acquisisce un carattere, un modo di essere che cambia e si evolve nel tempo. 

E su questo ti propongo un test rapido e gratuito.

 

Sono certo che nessuno nasca cattivo, avaro, egoista, aggressivo, egocentrico, logorroico, infelice, credo che queste caratteristiche le possiamo apprendere, fare nostre solo durante la nostra vita. 

Non sono “nostre” dalla nascita (un difetto di fabbrica!) ma le facciamo “nostre” fino al punto da farle diventare il nostro carattere, il nostro modo di essere.

Chiarito che nessuna persona è “difettosa” ma unica con le sue caratteristiche dinamiche, come posso tradurre in pratica questa consapevolezza?

Semplice: NON GIUDICARE MAI!

Se giudico identifico quella persona con il suo comportamento: se il comportamento è ingiusto quella persona sarà ingiusta, se lo ritengo imperdonabile allora quella persona per me sarà imperdonabile.

Il giudizio è qualcosa di statico, senza possibilità di appello.

Per capire i suoi “motivi” devo necessariamente scindere le azioni dall’essere persona.

Se giudico significa che rinuncio a “vedere” dietro al suo comportamento, rinuncio a capire.

Ogni caratteristica per quanto fossilizzata, è qualcosa di dinamico e può essere modificata. Non ci appartiene come il DNA ma è qualcosa che abbiamo “imparato” nel tempo e sul quale possiamo lavorare.

Se non mi fermo al giudizio, ma accetto (accettare non significa subire) l’unicità dell’altro,  mi pongo in una posizione di comprensione e in un’ottica di poter (anche) contribuire al suo cambiamento.




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